Prodotti “dupe”: una moda giovanile lecita o illecita?

Tutti i giovanissimi sanno che cosa sono i prodotti “dupe”. Molti tra i più vecchi ignorano il termine che, a prima vista, può risultare molto fuorviante.

La parola “dupe” appartiene alla lingua francese in cui ha un significato fortemente negativo: essa si riferisce a una persona che è stata ingannata o sottoposta ad un raggiro. “J’ai été dupe de ses mensonges” significa “sono stato ingannato dalle sue bugie”. Un altro modo, più efficace, per rendere il senso dell’espressione in italiano è “ci sono proprio cascato”.

La parola viene raramente usata anche in inglese e ha come sinonimo fooled, cioè ingannato, raggirato.

Quando, da non giovanissimo, mi hanno chiesto se fosse lecito commercializzare prodotti “dupe”, il mio istinto mi ha suggerito una reazione negativa: ho infatti immaginato che si trattasse di prodotti ingannevoli per il consumatore, o che ingeneravano confusione con prodotti di pregio maggiore.

Ho successivamente approfondito la questione e appreso, parlando con vari soggetti di diverse età e cercando in internet, che la denominazione dupe, ben conosciuta ai teenagers e agli influencers, è entrata nell’uso per indicare dei prodotti che, anche se non richiamano nella forma e non riportano il marchio di un prodotto più noto, tuttavia possono essere utilizzati in modo simile. In materia di cosmetici, ad esempio, vengono definiti come dupe profumi che, pur avendo nome e confezione diversi, hanno tuttavia una fragranza simile a quella di un prodotto più noto; oppure matite da occhi con lo stesso colore e che possono essere utilizzate come quelle delle marche più accreditate.

Nel settore farmaceutico, la denominazione dupe viene utilizzata talvolta per qualificare quei prodotti che contengono il medesimo principio attivo di un prodotto il cui brevetto è scaduto, che vengono venduti normalmente a prezzo inferiore, in contrapposizione ai farmaci fabbricati dalla casa farmaceutica già titolare del brevetto e che riportano il marchio attribuito al prodotto da questa. E’ pacifico che la vendita di quest’ultima tipologia di prodotti dupe sia lecita; più precisamente nel settore farmaceutico essi vengono qualificati come prodotti generici o equivalenti.

A priori, dunque, la denominazione dupe può risultare fuorviante perché il prodotto non contiene necessariamente nessun elemento che generi un inganno: porta un marchio proprio, ha forma e confezioni proprie, non pretende di provenire da un titolare di marchio diverso e non necessariamente si appropria di pregi di prodotti altrui. Insomma, non inganna nessuno. Laddove ricorrano queste condizioni, la denominazione più corretta per prodotti di tale fatta sarebbe quella di prodotti equivalenti, o destinati al medesimo utilizzo. Probabilmente la qualificazione dupe è stata coniata, in senso dispregiativo, dalle stesse marche del prodotto a cui i dupes, da un punto di vista pratico, equivalgono e con cui entrano in concorrenza.

Anche la rassomiglianza della fragranza o della composizione chimica dei prodotti di per sé non costituisce un illecito: ammesso che per la produzione di determinati aromi sia stato a suo tempo depositato un brevetto, di composizione o di procedimento, per i prodotti più noti, quali ad esempio Chanel N. 5, un tale brevetto sarebbe comunque scaduto da decenni e pertanto la relativa formula sarebbe caduta in pubblico dominio.

Se si parte dai presupposti sopra enunciati, e purché sussistano tutte le condizioni ivi indicate, né la produzione, né il commercio di prodotti dupe costituiscono in sé un fatto illecito.

Tuttavia, occorre prestare una certa attenzione alle modalità di presentazione degli stessi in modo da evitare che qualcuno di essi, o il comportamento di chi li propone o li pone in vendita, possa essere tacciato di appropriazione di pregi, imitazione servile o parassitismo nei confronti di prodotti più noti. Sotto questo profilo, la sostanziale dissimiglianza della confezione e del marchio e l’assenza di riferimenti al marchio più noto nella pubblicità costituiscono elementi di cautela da consigliare e da valutare caso per caso.

Segnalo di avere trovato un solo precedente dottrinale con cui si ipotizzava la tesi che i prodotti dupes di profumi potrebbero incorrere in una forma di contraffazione della fragranza, come se la stessa fosse un marchio. Tale tesi mi appare non condivisibile, posto che, se anche si ipotizzasse la concedibilità di un marchio olfattivo, non risulta che ne sussistano di registrati che attribuiscano al titolare l’uso esclusivo della fragranza stessa. Tuttavia l’intervento in questione segnala l’attualità della problematica e il fatto che le case più note del lusso stanno cercando agganci teorici per opporsi al commercio dei prodotti cosiddetti dupe.

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